Un appuntamento “alternativo”quello del venerdì sera su Fox Crime, che propone la serie tv Assassination of Gianni Versace. Fra patinata ricostruzione storica e indagine su una mente criminale, il nuovo capitolo di American Crime Story racconta in modo straordinario un omicidio ma soprattutto un atteggiamento sociale, l’omofobia,  per certi versi mai tramontato.

Le splendide note dell’Adagio in Sol minore di Tommaso Albinoni accompagnano il passo elegante di Gianni Versace che come un dio pacioso e munifico si muove nella sua villa di Miami tra sale  ricoperte d’oro e una panoramica sull’enorme piscina con la testa di medusa marchio della maison riproposta in ogni dettaglio della magnifica villa.

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Inizia così il primo episodio di una serie destinata a far discutere, non solo per la morte di Versace, i 3 colpi di pistola che interromperanno la dolcezza della musica e l’eleganza dei suoi passi e del suo outfit total white,che improvvisamente si macchia di sangue, ma anche per tutto ciò che è sotteso alla storia:l’omofobia imperante, il gioco dei contrasti che si plasmano lungo tutta la serie, la storia dell’assassino Andrew Cunanan, l’escort omosessuale serial killer di magnati gay, e così l’assassinio di Versace pare diventare solo marginale per raccontare “ altro”.

The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story (2018) Season 2, Episode TK Pictured: (l-r) Annaleigh Ashford as Elizabeth, Darren Criss as Andrew Cunanan, Nico-Evers-Swindell as Phil. CR: Ray Mickshaw/FX

Nel terzo episodio, c’è una scena emblematica: si vede una delle vittime di Cunanan, il magnate immobiliare Lee Miglin, scendere nella sua stanza dedicata alla preghiera, quasi simbolicamente posta nei sotterranei di casa sua, e implorare il Signore di perdonarlo “perché non riesce a farne a meno“. Miglin è un omosessuale in the closet, come si dice in inglese: sposato con una rampante imprenditrice cosmetica, sfugge dalla sua prigione quotidiana rivolgendosi agli escort ed è così che conosce, fatalmente, Cunanan. L’assassinio di Gianni Versace è pieno di questi personaggi imprigionati in un’identità sessuale che non può essere rivelata o vissuta appieno, e questo in molti scatena una depressione stritolante, in Cunanan un’indecifrabile furia omicida.

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Così come durante l’interrogatorio di Antonio D’amico, il fidanzato di Gianni Versace, interpretato da Ricky Martin, il poliziotto non fa altro che domandare di quale natura fosse il rapporto con lo stilista. “Mi pagava per amarlo?” – la risposta di Martin, ancora completamente sporco di sangue del cadavere di Gianni ci fa capire e intravedere le aspettative e lo sfondo sociale di un fenomeno americano di quegli anni: disinformazione e totale rigetto della società per qualsiasi tema fosse legato a sessualità e omofobia negli anni 90 di un’America puritana e bacchettona, oltre che all’ennesimo problema presentato dalla violenza da armi da fuoco e al tema della celebrità-paparazzi, ancora agli albori.

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È chiaro che L’assassinio di Gianni Versace non è una serie sull’omofobia, è piuttosto l’avvincente percorso a ritroso della genesi di un criminale psicopatico come Cunanan, dal momento in cui uccide Versace indietro fino alla sua giovinezza con un padre altrettanto instabile e mitomane. Ma di omofobia è imbevuta ogni atmosfera, ogni dettaglio, ogni piega: quando uno degli altri clienti di alto rango di Cunanan, Lincoln Aston, viene ucciso in un appuntamento andato male e il suo assassino è subito rilasciato, la consapevolezza è che chi insulta, picchia o massacra i gay, può farla franca. Tra night club pieni di ragazzi muscolosi, circoli bene in cui girano soldi, droghe e prostituzione, una colonna sonora languidamente anni Novanta e sartorie milanesi in cui si cuciono abiti per le celebrità, questa serie è un misto fra American Gigolo e Il talento di Mister Ripley.

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Mai contrapposizione fu più azzeccata: da una parte Versace, con il suo impero miliardario e la sua inesausta e acciecante creatività, preso fra problemi personali (nella serie si allude alla sua sieropositività, motivo per cui la famiglia l’ha bollata ufficialmente come “inattendibile“) e dissidi interni, soprattutto con la sorella Donatella, interpretata in modo impeccabile da una mimetica Penelope Cruz; dall’altra Cunanan,bellissimo, ma  privo di ogni talento se non quello di ammaliare le persone e inventarsi continuamente storie per accreditarsi, finché la sua vocazione a essere speciale e migliore di tutti non crolla sotto il peso delle sue stesse menzogne. Tanti dunque gli ossimori in questa serie!

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La loro opposizione è totale, fatale, simbolica, tanto che Cunanan non potrà mai raggiungere il proprio mito e quindi deciderà di eliminarlo. Ma a vedere bene, quello non è il crimine più grande raccontato dalla serie: al di là delle sfilate, degli hotel di lusso e dei grandi sogni americani, si tratta invece di un’atmosfera, di una cappa di omertà e segretezza e senso di colpa, l’idea che ci si debba rintanare nell’ombra, nel dubbio e in quella zona così scura che degenera spesso in depressione, repulsione, follia.

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E’una serie destinata ad avere successo, e fa riflettere sul fatto che, passati 20anni  dall’omocidio della prima star che si è dichiarata gay, la realtà non sia poi così cambiata!